ListaPosPA, l’aggiornamento del tracciato Uniemens da ottobre 2019


Per i dipendenti pubblici, in considerazione che alcuni contratti di comparto hanno previsto l’inclusione nel computo del TFR di emolumenti non utili ai fini del TFS, è stato necessario prevedere un adeguamento del tracciato Uniemens – ListaPosPA, introducendo i necessari elementi per dichiarare tali emolumenti e i relativi contributi da calcolare in misura pari all’aliquota di computo (Inps, messaggio 01 luglio 2019, n. 2440).


Come noto, per i dipendenti pubblici in regime di trattamento di fine rapporto (TFR), il relativo contributo è dovuto nella stessa misura e sulla stessa base contributiva prevista per il trattamento di fine servizio (TFS) ed è a totale carico delle amministrazioni di appartenenza degli interessati. Per gli Enti locali e per quelli del comparto Sanità tale contributo ammonta al 6,10% della retribuzione utile calcolata nella misura dell’80% (per una aliquota effettiva pari al 4,88%), mentre per le Amministrazioni statali il contributo ammonta al 9,60% della retribuzione utile calcolata nella misura dell’80% (per una aliquota effettiva pari al 7,68%). Ai sensi, poi, dell’Accordo quadro nazionale in materia di trattamento di fine rapporto e di previdenza complementare per i dipendenti pubblici, ulteriori voci retributive possono essere considerate nella contrattazione di comparto. Di qui, considerato che alcuni contratti di comparto hanno di fatto previsto l’inclusione nel computo del TFR di emolumenti non utili ai fini del TFS, è stato necessario prevedere un adeguamento del tracciato Uniemens – ListaPosPA, introducendo i necessari elementi per dichiarare tali emolumenti e i relativi contributi da calcolare in misura pari all’aliquota di computo (6,91%):
– il campo <ImponibileTFRUlterioriElem>, nel quale vanno dichiarate le voci retributive ritenute utili dalla contrattazione di comparto ai fini TFR in misura pari al 100% delle stesse;
– il campo <ContributoTFRUlterioriElem>, nel quale va indicato il totale dei contributi nella misura pari al 6,91% dell’imponibile di riferimento indicato nel campo suddetto.
La compilazione degli elementi deve avvenire a decorrere dalle retribuzioni erogate dal mese di ottobre 2019.

Enti pubblici e lavoratori dello spettacolo: obblighi contributivi limitati a IVS e NASpI


L’Inps, con circolare n. 98 del 28 giugno 2019, effettua una complessiva ricognizione dell’assetto degli obblighi contributivi derivanti dai rapporti di lavoro instaurati da enti pubblici (art. 1, co. 2, D.Lgs. n. 165/2001), con soggetti appartenenti alle categorie professionali da iscrivere al Fondo pensioni lavoratori dello spettacolo.


Come noto, l’obbligo assicurativo presso il Fondo pensioni lavoratori dello spettacolo (FPLS) insorge per effetto del mero svolgimento di una delle attività artistiche, tecniche o amministrative analiticamente riportate nell’elenco tassativo di cui all’art. 3 del D.Lgs. C.P.S. n. 708/1947 (artisti lirici, attori di prosa, registi, sceneggiatori, maestranze teatrali, etc.), adeguato con il D.M. n. 17445 del 15 marzo 2005, prescindendosi dagli ulteriori tratti distintivi del datore di lavoro (natura imprenditoriale, forma pubblica o privata, etc.). Ai fini dell’iscrizione presso l’assicurazione IVS dei lavoratori dello spettacolo e del conseguente l’obbligo del soggetto che ne utilizza le prestazioni (sia in regime di subordinazione che in regime di autonomia) al versamento della relativa contribuzione, è sufficiente l’appartenenza dei medesimi lavoratori ad una delle previste categorie professionali (Corte di Cassazione, sentenza n. 12824/2002). Orbene, in tale ottica, anche le Amministrazioni Pubbliche (art. 1, co. 2, D.Lgs n. 165/2001), qualora nello svolgimento della loro attività si avvalgano di soggetti appartenenti alle predette qualifiche professionali, hanno l’obbligo di versare la contribuzione dovuta ai fini IVS al FPLS.
Per quanto concerne malattia e maternità, per la generalità dei lavoratori dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni, durante l’evento viene corrisposto dal datore di lavoro il trattamento economico fondamentale (in caso di malattia) (art. 71, D.L. n. 112/2008), nonché il trattamento economico previsto dalle disposizioni normative e contrattuali (per la maternità) (art. 2, co. 2, e art. 57, D.Lgs n. 151/2001), con conseguente esonero dall’obbligo contributivo relativo alle assicurazioni economiche di malattia e di maternità per i lavoratori dello spettacolo con rapporto di lavoro subordinato, sia a tempo determinato che indeterminato, diversamente da quanto previsto per la generalità delle imprese dello spettacolo. Viceversa, per i rapporti di rapporto autonomo instaurati tra enti pubblici e lavoratori rientranti nelle predette categorie, non potendosi applicare le norme previste per il pubblico impiego vale la disciplina prevista nel settore dello spettacolo, per cui in favore degli “iscritti” al FPLS l’assicurazione economica di malattia opera in regime sostitutivo dell’assicurazione generale. In sostanza, i lavoratori autonomi dello spettacolo beneficiano della tutela assicurativa della malattia e della maternità, con conseguente obbligo contributivo a carico del datore di lavoro sia privato che pubblico.
Secondo la disciplina che regola l’assicurazione contro la disoccupazione NaSPI, in considerazione della natura giuridica pubblica del datore di lavoro, la tutela assicurativa opera unicamente in favore del personale dipendente a tempo determinato (art. 2, co. 2, L. n. 92/2012). Pertanto, solo per tali lavoratori (subordinati a tempo determinato) è dovuto dal datore di lavoro pubblico il contributo ordinario NASpI, mentre in assoluto non è dovuto il contributo addizionale, operando nella fattispecie una espressa esclusione (art. 2, co. 29, lett. d), L. n. 92/2012).
Con riguardo agli assegni per il nucleo familiare, gli enti pubblici, nonché le Provincie e i Comuni, sono esonerati dall’applicazione della normativa della cassa unica assegni familiari quando per legge, regolamento o atto amministrativo corrispondano al personale dipendente un trattamento per carichi di famiglia non inferiore a quello dalla disciplina vigente in materia di ANF (art. 79, D.P.R. n. 797/1955).
Per la disciplina relativa al Fondo di Tesoreria Inps (art. 1, commi 755 e ss., L. n. 296/2006), essa trova applicazione solo nei confronti dei lavoratori dipendenti del settore privato; ne consegue l’esclusione dal relativo obbligo contributivo per i dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni, salvo che i rapporti di lavoro degli enti pubblici siano costituiti e regolamentati dal diritto comune, da cui deriva l’applicazione ai lavoratori della normativa sul TFR (art. 2120 c.c.), i medesimi vengono inclusi nel campo di applicazione della disciplina sempreché sussistano gli ulteriori requisiti previsti dalle norme istitutive del Fondo di Tesoreria (ad esempio, il limite dimensionale nell’organico).
In relazione alla contribuzione presso il Fondo di garanzia (art. 2, L. n. 297/1982), la natura di ente pubblico esclude, da un lato, la qualifica imprenditoriale dell’ente medesimo e, dall’altro, l’assoggettabilità alle disposizioni di cui alla Legge Fallimentare (R.D. n. 276/1942; D.Lgs n. 14/2019). Non sussistono, pertanto, i requisiti necessari per ritenere operante la tutela relativa all’intervento del Fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto, ancorché possa essere applicata ai lavoratori dipendenti degli enti pubblici la disciplina sul TFR (Inps, circolare n. 122/1993).
Infine, sulla base della natura giuridica pubblica, le Pubbliche Amministrazioni sono soggetti datoriali a cui non si applica la normativa relativa al fondo di integrazione salariale e, pertanto, non sussistono i relativi obblighi contributivi.
Premesso quanto sopra, è stata quindi disposta una classificazione uniforme dei datori di lavoro in argomento, con l’istituzione del nuovo codice statistico contributivo “1.18.10”, che va associato al codice ATECO 2007 “90.04.00”. Tale variazione di inquadramento avverrà d’ufficio e produrrà effetti, nel rispetto del principio della non retroattività, a decorrere dal periodo di paga giugno 2019.

Esposizione ad amianto su navi italiane


Circa l’operatività del sistema presuntivo dell’origine professionale in ipotesi di malattia tabellata, la giurisprudenza di cassazione ritiene che quando la malattia è inclusa nella tabella, al lavoratore basta provare la malattia e di essere stato addetto alla lavorazione nociva (anch’essa tabellata) perché il nesso eziologico tra i due termini sia presunto per legge (sempre che la malattia si sia manifestata entro il periodo anch’esso indicato in tabella).


La Corte d’appello di Genova ha rigettato l’appello proposto contro la sentenza del Tribunale della Spezia di rigetto della domanda tesa ad ottenere la rendita per malattia (asbestosi) messa in relazione causale con la prolungata azione della esposizione ad amianto su navi anche straniere nel periodo compreso tra il 1962 ed il 1986. Secondo tale Corte, dalla c.t.u era emersa una esposizione ad amianto su navi italiane, per cui era operativa la copertura assicurativa Ipsema (oggi gestita dall’Inail) solo dal 1957 al 1962; da ciò la Corte territoriale ha tratto la conclusione che il lavoro su navi estere avrebbe assunto il valore di causa sufficiente ad escludere il nesso eziologico, essendo quelle derivanti dall’esposizione su navi italiane percentuali irrilevanti a far raggiungere la soglia di indennizzabilità.
Avverso tale sentenza ricorre per cassazione il lavoratore: con l’unico motivo di ricorso, in particolare, si denuncia la violazione della regola dell’equivalenza causale fissata nell’articolo 41 del codice penale, centrale nella disciplina delle malattie professionali e degli infortuni sul lavoro per cui nessun peso poteva essere attribuito dalla Corte territoriale alla maggior durata dei periodi di servizio presso navi estere rispetto a quelle italiane, trattandosi (come accertato dalla consulenza tecnica d’ufficio) al più di concause tutte equivalenti sul piano causale.
I risultati della consulenza tecnica vanno utilizzati all’interno della disciplina assicurativa del rischio professionale oggetto del giudizio ed, in particolare, viene in rilievo il T.U. n. 1124 del 1965, art. 144, che prevede che “Nell’assicurazione obbligatoria per le malattie professionali contemplate dall’art. 3 del presente decreto è compresa l’asbestosi, contratta nell’esercizio dei lavori specificati nella tabella, allegato n. 8, e che risultino fra quelli previsti dall’art. 1 (..)” e che l’art. 1 include a sua volta nell’assicurazione obbligatoria prevista dal D.P.R. n. 1124 del 1965 (al n. 11) gli addetti alla navigazione marittima, senza distinzione di mansioni; la tabella n. 8 prevede genericamente come causa di asbestosi tutte le lavorazioni che comportano l’impiego e l’applicazione di amianto e di materiali che lo contengono o che comunque espongono ad inalazione di polvere di amianto e si tratta di una definizione generica, onnicomprensiva di tutte le lavorazioni che comportano il contatto nei termini previsti con la sostanza nociva, e ciò a prescindere dalle previsioni normative, quali il D.Lgs. 15 agosto 1991, n. 277, che impongano per determinati settori l’adozione di cautele specifiche e che non si applichino alla navigazione marittima per le peculiarità che la caratterizzano. La Cassazione ha, pure, affermato che la normativa di riferimento depone univocamente per l’inclusione tra le malattie tabellate dell’asbestosi anche se contratta nella navigazione marittima, né sussisterebbero ragionevoli giustificazioni ad un’eventuale esclusione di tale settore di attività.
La questione giuridica si inserisce, dunque, nell’ambito della vicenda interpretativa che riguarda l’operatività del sistema presuntivo dell’origine professionale in ipotesi di malattia tabellata: secondo la giurisprudenza di cassazione quando la malattia è inclusa nella tabella, al lavoratore basta provare la malattia e di essere stato addetto alla lavorazione nociva (anch’essa tabellata) perché il nesso eziologico tra i due termini sia presunto per legge (sempre che la malattia si sia manifestata entro il periodo anch’esso indicato in tabella).
La presunzione in questione non è assoluta, restando la possibilità per l’INAIL di provare una diagnosi differenziale, ma occorre che tale prova attinga ad un fattore causale dotato di efficacia esclusiva.
La sentenza impugnata, laddove ha disconosciuto, senza spiegarne le ragioni, l’efficacia causale del periodo di esposizione all’amianto svolto su navi italiane nell’insorgere della silicosi, non ha seguito i principi sopra esposti. Pertanto, il ricorso è accolto e la sentenza cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Genova, in diversa composizione, che si atterrà, nell’ulteriore esame del merito della controversia, a tutti i principi su affermati;

Società, cooperative e organizzazione di produttori, i criteri di inquadramento nel settore agricolo


I chiarimenti Inps in merito al corretto inquadramento, ai fini dell’assoggettamento a contribuzione agricola unificata, delle società, delle cooperative e delle organizzazioni di produttori che svolgono, in connessione o meno con l’attività principale, attività diverse dalla coltivazione dei fondi, dalla selvicoltura e dall’allevamento di animali (art. 2135, c.c.); si forniscono altresì precisazioni in merito alle imprese non agricole che assumono alle proprie dipendenze operai agricoli (Inps, circolare 20 giugno 2019, n. 94).


Come noto, l’Inps dispone la classificazione dei datori di lavoro ai fini previdenziali ed assistenziali, applicando per il settore dell’agricoltura il criterio dello svolgimento delle attività di coltivazione dei fondi, selvicoltura e allevamento di animali (art. 2135, c.c.) (art. 49, L. 9 marzo 1989, n. 88). Pertanto, tutti i soggetti datori di lavoro, qualunque sia la forma giuridica e la struttura economica con la quale operano (ditta individuale, società, società cooperativa, consorzi, organizzazione di produttori), che svolgono in via principale una delle predette attività, sono tenuti, per gli operai assunti alle proprie dipendenze, all’assolvimento degli obblighi relativi alla contribuzione agricola unificata. Parimenti, sono da inquadrare nel sistema della contribuzione agricola unificata i datori di lavoro che svolgono, in connessione con l’attività principale (art. 2135, co. 3, c.c.):
– ulteriori attività, quali la manipolazione, la conservazione, la trasformazione, la commercializzazione e la valorizzazione di prodotti agricoli, ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali;
– le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda, normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità.
Le attività connesse, dunque, devono essere svolte dallo stesso imprenditore, persona fisica o persona giuridica, che esercita l’attività principale della coltivazione, dell’allevamento e della silvicoltura, nel rispetto del criterio della prevalenza (prodotti propri e risorse proprie).
Ciò premesso, sussistono comunque ulteriori ipotesi in cui la normativa sancisce l’attribuzione della qualifica di imprenditore agricolo anche a quei soggetti che svolgono una delle attività connesse del processo produttivo in modo svincolato dalle attività principali della coltivazione, dell’allevamento e della silvicoltura.
Per quanto concerne le cooperative di imprenditori agricoli ed i loro consorzi, questi si considerano imprenditori agricoli quando utilizzano per lo svolgimento delle attività connesse, prevalentemente prodotti dei soci, ovvero forniscono prevalentemente ai soci beni e servizi diretti alla cura ed allo sviluppo del ciclo biologico (art. 1, co. 2, D.Lgs n. 228/2001). In tale caso, la natura di imprenditore agricolo è riferita esclusivamente alle cooperative di imprenditori agricoli e ai loro consorzi, la cui compagine sociale è composta integralmente da soggetti già in possesso della qualifica agricola, non essendo rilevante che la cooperativa o il consorzio esercitino una delle attività agricole principali.
Le imprese cooperative e loro consorzi, che trasformano, manipolano e commercializzano prodotti agricoli e zootecnici propri o dei loro soci ricavati dalla coltivazione dei fondi, dalla silvicoltura e dall’allevamento di animali, sono inquadrati nei settori dell’industria o del commercio, quando per l’esercizio di tali attività ricorrano normalmente ed in modo continuativo ad approvvigionamenti dal mercato di prodotti agricoli e zootecnici in quantità prevalente rispetto a quella complessivamente trasformata, manipolata e commercializzata (art. 1, L. 15 giugno 1984, n. 240). Si tratta, essenzialmente, di cooperative di natura industriale o commerciale inquadrabili nei relativi settori previdenziali, salvo che l’attività di trasformazione, manipolazione e commercializzazione sia svolta in quantità prevalente su prodotti agricoli e zootecnici propri o conferiti dai soci (produttori agricoli iscritti nella relativa gestione previdenziale). In ogni caso, nei confronti delle medesime, limitatamente alla cassa integrazione, alla cassa unica assegni familiari e all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, trovano comunque applicazione le regole del settore dell’industria.
Ancora, si considerano imprenditori agricoli, le società di persone e le società a responsabilità limitata, costituite da imprenditori agricoli, che esercitano esclusivamente le attività dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione di prodotti agricoli ceduti dai soci (art. 1, co. 1094, L. 27 dicembre 2006, n. 296). Anche a tal riguardo, ricorrendo la condizione che tutti i soci della società rivestano la qualifica di imprenditori agricoli, le attività connesse di servizi, intendendosi per tali anche quelle prestazioni dirette alla fornitura di beni e servizi rese a favore dei soci imprenditori agricoli, sono da ricondurre al principio generale della connessione e le società devono ritenersi inquadrabili nel settore dell’agricoltura.
Per quanto riguarda poi le organizzazioni di produttori agricoli (art. 3, D.Lgs. 27 maggio 2005, n. 102), esse devono assumere una delle seguenti forme giuridiche societarie:
– società di capitali aventi ad oggetto sociale la commercializzazione dei prodotti agricoli, il cui capitale sociale sia sottoscritto da imprenditori agricoli o da società costituite dai medesimi soggetti o da società cooperative e loro consorzi;
– società cooperative agricole e loro consorzi;
– società consortili (art. 2615-ter, c.c.), costituite da imprenditori agricoli o loro forme societarie.
L’organizzazione deve quindi essere costituita da soggetti in possesso della qualifica di imprenditore agricolo, anche se la compagine sociale può essere integrata con soggetti che non siano tali (D.M. 28 agosto 2014, n. 9084). Ai fini dell’inquadramento previdenziale degli organismi in parola, anche per essi, che hanno come scopo principale la commercializzazione della produzione dei produttori aderenti, valgono i principi succitati (art. 1, co. 2, D.Lgs n. 228/2001).
Evidentemente, per tutte le tipologie di imprese esaminate, è necessario che le attività siano svolte direttamente dalla cooperativa o dalla società, con i propri mezzi aziendali e con la direzione ed il controllo degli operai occupati; si esclude invece l’inquadramento nel settore dell’agricoltura per le società o società cooperative che, al di fuori dell’ambito organizzativo e operativo dell’impresa, si limitano ad assumere la manodopera per poi metterla a disposizione dei soci, peraltro potendo configurarsi in questi casi la violazione della normativa sul distacco (art. 30, D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276) ed in materia di somministrazione di manodopera.
Infine, quanto alle imprese che, pur non rivestendo la qualifica di imprese agricole per la natura dell’attività economica esercitata, assumono alle proprie dipendenze lavoratori che, agli effetti delle norme di previdenza e assistenza, sono assicurati come lavoratori agricoli dipendenti (ad esempio, gli addetti alla sistemazione e manutenzione agraria e forestale), l’elencazione delle attività è tassativa (art. 6, L. 31 marzo 1979, n. 92; Inps, circolare n. 126/2009). Si tratta di imprese che operano in settori economici diversi, quali commercio o servizi, che svolgono, oltre alle attività oggetto dell’impresa, una o più delle seguenti attività:
– lavori di forestazione, in appaltato o concessione;
– attività di manutenzione degli impianti irrigui, di scolo e di somministrazione delle acque ad uso irriguo o per lavori di forestazione (nel caso di consorzi);
– cura e protezione della fauna selvatica ed all’esercizio controllato della caccia;
– attività di raccolta di prodotti agricoli, nonché attività di cernita, di pulitura e di imballaggio dei prodotti ortofrutticoli, purché connesse a quella di raccolta;
– lavori e servizi di sistemazione e manutenzione agraria e forestale, di imboschimento, di creazione, sistemazione e manutenzione di aree a verde, se addetti a tali attività.
Peraltro, le imprese non agricole, commerciali o di servizi, che intendono iscrivere gli operai alla gestione agricola spesso operano in virtù di un contratto di appalto, ma ciò non esclude che esse debbano essere dotata di un’effettiva struttura imprenditoriale con la predisposizione di mezzi, risorse e organizzazione. In mancanza, si può configurare l’ipotesi di assunzione di lavoratori al solo scopo di inviarli presso le aziende utilizzatrici, integrando la fattispecie della mera somministrazione di manodopera. Per quanto sopra, non solo non sono iscrivibili nella gestione agricola i lavoratori addetti alle attività richiamate (art. 6, L. 31 marzo 1979, n. 92), dipendenti di cooperative o di società che svolgono attività caratterizzate dall’esecuzione in appalto di fasi di lavorazioni o singole operazioni del processo produttivo, avulse da un’impresa organizzata per svolgere attività commerciali o di servizi, ma addirittura si configurano le fattispecie della somministrazione irregolare di manodopera.

Attività libero professionale ed iscrizione alla gestione separata Inps


Gli ingegneri e gli architetti, che siano iscritti ad altre forme di previdenza obbligatorie e che non possano conseguentemente iscriversi all’INARCASSA, rimanendo obbligati verso quest’ultima soltanto al pagamento del contributo integrativo in quanto iscritti agli albi, sono tenuti comunque ad iscriversi alla Gestione separata presso l’INPS.


La Corte d’appello di Caltanissetta, accogliendo il solo motivo d’appello relativo all’avvenuta prescrizione del credito contributivo preteso, ha dichiarato il professionista non tenuto all’iscrizione alla gestione separata INPS, con obbligo di pagamento dei contributi dovuti alla medesima gestione, in relazione all’attività libero professionale, svolta nell’anno 2006, in concomitanza con l’attività di lavoro dipendente per la quale lo stesso professionista era iscritto presso altra gestione assicurativa obbligatoria.
Contro tale pronuncia l’INPS ha proposto ricorso per cassazione. Con l’unico motivo di censura, l’Istituto ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2, comma 26, I. n. 335/1995, e dell’art. 18, comma 12, d.l. n. 98/2011, per avere la Corte di merito ritenuto che non sussista alcun obbligo di iscriversi alla Gestione separata presso l’INPS a carico degli ingegneri e degli architetti che, pur esercitando abitualmente la libera professione, non possano iscriversi all’INARCASSA per essere contemporaneamente iscritti presso altra gestione previdenziale obbligatoria.
Secondo la Cassazione, il motivo risulta fondato, essendosi consolidato il principio di diritto secondo cui gli ingegneri e gli architetti, che siano iscritti ad altre forme di previdenza obbligatorie e che non possano conseguentemente iscriversi all’INARCASSA, rimanendo obbligati verso quest’ultima soltanto al pagamento del contributo integrativo in quanto iscritti agli albi, sono tenuti comunque ad iscriversi alla Gestione separata presso l’INPS, in quanto la ratio universalistica delle tutele previdenziali cui è ispirato l’art. 2, comma 26, L. n. 335/1995, induce ad attribuire rilevanza, al solo versamento di contributi suscettibili di costituire in capo al lavoratore autonomo una correlata prestazione previdenziale, ciò che invece non può dirsi del c.d. contributo integrativo, in quanto versamento effettuato da tutti gli iscritti agli albi in funzione solidaristica.
Non essendosi la Corte di merito conformata al sudetto principio di diritto, la sentenza impugnata va cassata e la causa rinviata per nuovo esame alla Corte d’appello di Palermo che dovrà accertare se sussistano gli estremi per l’iscrizione presso la Gestione separata tenendo conto del fatto che l’obbligo di cui all’art. 2, co. 26, L. n. 335/1995, è genericamente rivolto a chiunque percepisca un reddito derivante non solo dall’esercizio abituale (ancorché non esclusivo), ma anche occasionale (entro il limite monetario indicato dall’art. 44, co. 2, di. n. 269/2003, conv. con I. n. 326/2003) di un’attività professionale per la quale è prevista l’iscrizione ad un albo o ad un elenco, anche se il medesimo soggetto svolge altra diversa attività per cui risulta già iscritto ad altra gestione.
Al giudice del rinvio è pure demandata la verifica dell’eventuale prescrizione del credito contributivo posto che non si è formato il giudicato interno sulla questione di prescrizione avendo la sentenza impugnata dichiarato non prescritto un credito ritenuto insussistente.

Accertamento giudiziale della posizione previdenziale: necessario il litisconsorzio tra Inps e datore


Il lavoratore ha facoltà di chiedere in giudizio l’accertamento dell’obbligo contributivo del datore di lavoro e la sua condanna al versamento dei contributi nei confronti dell’Ente previdenziale, purchè anche il medesimo Ente sia stato convenuto in giudizio e per i contributi non sia sopraggiunta la prescrizione (Corte di Cassazione, ordinanza 30 maggio 2019, n. 14853)


Una Corte d’appello territoriale, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di prime cure, aveva accolto la domanda di un lavoratore il quale chiedeva che venisse accertata la sussistenza del rapporto di lavoro intercorso per un dato periodo con una Società, con la conseguente condanna di quest’ultima al pagamento delle differenze retributive ed alla regolarizzazione della posizione contributiva.
Ricorre così in Cassazione la Società, contestando che Corte territoriale avesse erroneamente condannato la Società a regolarizzare la posizione contributiva del lavoratore senza aver disposto l’integrazione del contraddittorio nei confronti dell’Inps.
Per la Suprema Corte il motivo è fondato. Secondo costante orientamento, infatti, l’interesse del lavoratore al versamento dei contributi previdenziali di cui sia stato omesso il pagamento integra un diritto soggettivo alla posizione assicurativa, che non si identifica con il diritto spettante all’Istituto previdenziale di riscuotere il proprio credito, ma è tutelabile mediante la regolarizzazione della propria posizione. Ne consegue che il lavoratore ha la facoltà di chiedere in giudizio l’accertamento dell’obbligo contributivo del datore di lavoro e sentirlo condannare al versamento dei contributi, che sia ancora possibile giuridicamente versare, nei confronti dell’ente previdenziale. Tuttavia, è necessario che entrambi siano stati convenuti in giudizio, atteso il carattere eccezionale della condanna a favore di terzo, che postula una espressa previsione, restando altrimenti preclusa la possibilità della condanna del datore di lavoro al pagamento dei contributi previdenziali a favore dell’ente previdenziale che non sia stato chiamato in causa.

NASpI e trattamenti pensionistici anticipati, il regime decadenziale


Con circolare n. 88 del giugno 2019, l’Inps illustra i profili decadenziali relativi al rapporto tra alcune prestazioni a sostegno del reddito e i trattamenti pensionistici anticipati (pensione “quota 100”, pensione anticipata, “opzione donna” e lavoratori precoci).


Come noto, in via sperimentale, ai soggetti che perfezionano un’età anagrafica non inferiore a 62 anni e un’anzianità contributiva non inferiore a 38 anni, nel periodo compreso tra il 2019 e il 2021, è attribuita la facoltà di conseguire il diritto alla pensione “quota 100”, con diritto alla decorrenza del trattamento pensionistico trascorso il periodo previsto per l’apertura della “finestra”, diversificata in base al datore di lavoro ovvero alla gestione previdenziale a carico della quale è liquidato il trattamento pensionistico. Orbene, poiché tra le ipotesi di decadenza dalla fruizione dell’indennità NASpI, vi è il raggiungimento dei requisiti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato, occorre distinguere a tal riguardo tra:
– soggetti che, pur perfezionando i requisiti per il pensionamento, non richiedono l’accesso al trattamento di pensione quota 100: per essi le domande di NASpI, ricorrendone i presupposti, devono essere accolte; parimenti, i medesimi soggetti, che si trovino in corso di fruizione della NASpI, non decadono da detta prestazione;
– soggetti che richiedono l’accesso al trattamento di pensione quota 100: per i soggetti che siano stati ammessi, la decadenza dalla NASpI opera dalla prima decorrenza utile della prestazione di pensione. Detto criterio comporta la reiezione delle domande di NASpI per le quali la fruizione dell’indennità dovrebbe decorrere contemporaneamente o successivamente alla prima decorrenza utile della pensione.
Con riferimento invece alle altre prestazioni a sostegno del reddito – indennità di mobilità ordinaria e in deroga, prestazioni integrative della NASpI e della mobilità e prestazioni di assegno emergenziale erogate dai fondi di solidarietà – la decadenza dalle medesime opera a far tempo dal primo giorno del mese in cui decorre il trattamento pensionistico.
Evidentemente, anche per i soggetti che maturano i requisiti contributivi per la pensione anticipata e che conseguono il diritto al trattamento trascorsi 3 mesi dalla maturazione dei predetti requisiti, è possibile fruire della NASpI fino alla prima decorrenza utile del trattamento pensionistico.
Ed ancora, identico principio vale per le lavoratrici (“opzione donna”) che hanno maturato, entro il 31 dicembre 2018, un’anzianità contributiva minima di 35 anni e un’età anagrafica minima di 58 anni, se dipendenti, e di 59 anni, se autonome, che possono accedere alla pensione anticipata secondo le regole di calcolo del sistema contributivo, trascorsi:
– 12 mesi dalla data di maturazione dei requisiti, nel caso in cui il trattamento pensionistico sia liquidato a carico delle forme di previdenza dei lavoratori dipendenti;
– 18 mesi dalla data di maturazione dei requisiti, nel caso in cui il trattamento sia liquidato a carico delle gestioni previdenziali dei lavoratori autonomi.
Nel caso di lavoratori “precoci”, che prevedono una fase di riconoscimento dei requisiti distinta dall’accesso al beneficio, qualora i soggetti in questione, nelle more del completamento e della definizione dell’iter di riconoscimento delle condizioni, risultino fruitori del trattamento NASpI, la decadenza dalla suddetta prestazione opera dalla prima decorrenza utile del trattamento pensionistico anticipato. Diversamente, laddove tale decorrenza, indicata nella comunicazione di riconoscimento del beneficio, sia antecedente alla data di invio della comunicazione stessa e, alla medesima data, il beneficio pensionistico non sia stato ancora richiesto, la decadenza dalla NASpI opera dal primo giorno del mese successivo a quello in cui viene inviata, dall’Istituto, la comunicazione di riconoscimento di accesso al beneficio. Resta fermo che l’avvenuta erogazione del trattamento pensionistico rende, in ogni caso, incompatibile la percezione della NASpI.
Infine, nell’ipotesi di coesistenza del diritto all’indennità di disoccupazione NASpI ed all’assegno ordinario di invalidità, per cui è previsto il diritto di opzione tra trattamento di disoccupazione e quello di invalidità limitatamente al periodo di disoccupazione indennizzato, la titolarità dell’assegno ordinario, ancorché sospeso per opzione in favore della NASpI, non consente l’accesso alla pensione anticipata, sicché non ricorre la condizione per la decadenza dalla NASpI (ovvero, il raggiungimento dei requisiti per il pensionamento anticipato). Viceversa, in caso di raggiungimento del requisito per la pensione di vecchiaia, trova applicazione il regime decadenziale.

Omesso versamento ritenute previdenziali, la “particolare tenuità del fatto” può escludere la punibilità


La causa di non punibilità per “particolare tenuità del fatto” (art. 131-bis, co. 1, c.p.) è applicabile a tutte le tipologie di reato, incluso il reato di omesso versamento di ritenute previdenziali, per il quale è prevista una soglia di punibilità di 10.000 euro; in tale ambito, tuttavia, essa può essere applicata solo se gli importi omessi superano di poco l’ammontare di tale soglia, in considerazione del fatto che il grado di offensività che integra il reato è già stato valutato dal Legislatore nella determinazione della soglia di rilevanza penale (Corte di Cassazione, sentenza 10 giugno 2019, n. 25537)


Una Corte di appello territoriale, in parziale riforma della pronuncia emessa dal Tribunale di primo grado, aveva ridotto la pena inflitta a un datore di lavoro, in relazione al reato di omesso versamento all’Inps delle ritenute assistenziali e previdenziali (art. 2, co. 1-bis, D.L. 12 settembre 1983, n. 463) operate sulle retribuzioni dei dipendenti per le mensilità da aprile a novembre 2011.
Avverso la sentenza propone ricorso in Cassazione l’imputato, lamentando che la causa di non punibilità (importo omesso non superiore ad euro 10.000) sarebbe stata esclusa in ragione della reiterazione delle condotte omissive, in netto contrasto con il recente indirizzo giurisprudenziale.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato. Al riguardo, nei reati per i quali sia prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale (art. 131-bis, co. 1, c.p.). L’abitualità è sussistente, tra l’altro, laddove l’autore abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate (art. 131-bis, co. 3, c.p.). Di qui, la Corte di merito aveva negato al ricorrente tale causa di non punibilità sul presupposto della “reiterazione della condotta criminosa che induce a sottovalutare la contenuta entità del superamento della soglia di legge”.
Secondo invece l’orientamento consolidato, il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali si configura come una fattispecie connotata da una progressione criminosa nel cui ambito, superato il limite di legge, le ulteriori omissioni consumate nel corso del medesimo anno si atteggiano a momenti esecutivi di un reato unitario a consumazione prolungata, la cui definitiva cessazione coincide con la scadenza del termine previsto per il versamento dell’ultima mensilità, ovvero, con la data del 16 gennaio dell’anno successivo. Dunque, si tratta di reato unico che si consuma al superamento della soglia di euro 10.000,00 e per cui non è configurabile la reiterazione per ogni singolo omesso versamento nell’anno di riferimento. D’altra parte, la norma penale si riferisce evidentemente soltanto a quelle condotte che già di per sé costituiscono reato, anche isolatamente valutate. E comunque la causa di non punibilità per la “particolare tenuità del fatto” è applicabile a tutte le tipologie di reato, anche ai reati per i quali è prevista una soglia di punibilità. In tale ambito, tuttavia, la causa di non punibilità può essere applicata solo se gli importi omessi superano di poco l’ammontare di tale soglia (10.000,00 euro nel caso specifico), in considerazione del fatto che il grado di offensività che integra il reato è già stato valutato dal Legislatore nella determinazione della soglia di rilevanza penale.

Rendita vitalizia per i contributi omessi e prescritti: focus sui profili istruttori dell’istanza


Come noto, la costituzione della rendita vitalizia (art. 13, L. n. 1338/1962) consente, previa esibizione di prove rigorose, di versare un onere a copertura dei periodi di lavoro la cui contribuzione sia stata omessa e non sia recuperabile per il decorso dei termini di prescrizione. Orbene, con circolare n. 78/2019, l’Inps fornisce chiarimenti in merito all’istruttoria delle relative istanze, oltre ad un breve riepilogo delle norme che regolano l’istituto.


La costituzione della rendita vitalizia presuppone una omissione contributiva in relazione all’obbligo assicurativo per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti (IVS), che non sia più suscettibile di recupero da parte dell’Inps per maturata prescrizione. Oltre che ai rapporti di lavoro subordinato, l’istituto in parola è esteso a:
– familiari coadiuvanti e coadiutori dei titolari di imprese artigiane e commerciali;
– collaboratori del nucleo coltivatore diretto, diversi dal titolare, e collaboratori dei nuclei colonici e mezzadrili;
– coloro che pur essendo soggetti al regime di assicurazione obbligatoria nella Gestione separata, non sono però obbligati al versamento diretto della contribuzione, perché la propria quota è trattenuta e versata direttamente dal committente.
Tanto premesso, ai fini della costituzione di rendita vitalizia è necessario che siano presentati documenti di data certa dai quali possa evincersi l’effettiva esistenza del rapporto di lavoro, nonché la sua natura. La documentazione deve essere redatta all’epoca dello svolgimento del rapporto di lavoro o anche in epoca successiva, purché risalente rispetto all’epoca della domanda di rendita vitalizia,. Quale che sia la documentazione (a titolo esemplificativo, libretti di lavoro, benserviti, libri paga, etc.), essa deve avere sempre precisi requisiti di forma e di contenuto, al fine di evitare la costituzione di posizioni assicurative fittizie. In sostanza, l’esistenza del rapporto di lavoro deve apparire non verosimile, ma certa. La documentazione, datata e debitamente sottoscritta da colui che ne è l’autore, deve essere completa in ogni sua parte ed integra, priva di abrasioni, alterazioni o cancellazioni. Le dichiarazioni ora per allora non sono idonee a provare l’esistenza del rapporto di lavoro. La documentazione deve essere presentata in originale o copia debitamente autenticata da pubblico ufficiale. Non sono utilizzabili le attestazioni di conformità all’originale redatte dall’interessato, dal datore di lavoro o da altri soggetti privati. È ammessa tuttavia la dichiarazione sostitutiva del fatto che la copia di un atto o di un documento conservato o rilasciato da una Pubblica Amministrazione o la copia di titoli di servizio siano conformi all’originale.
L’omissione contributiva va dimostrata però fornendo anche la prova dell’effettivo svolgimento della prestazione lavorativa nel periodo per cui si chiede la costituzione della rendita, della qualifica posseduta e della misura della retribuzione. Fermo restando la prova dell’esistenza del rapporto sulla base di documenti aventi data certa, gli aspetti della durata, continuità della prestazione lavorativa e qualifica, possono essere dimostrati anche con “altri mezzi di prova”, tra i quali la testimonianza. Il testimone deve rappresentare fatti oggetto della propria percezione diretta e dunque deve anche attestare le ragioni di come sia venuto a conoscenza di tali fatti in modo da offrire elementi di riscontro. Possono essere valutate le dichiarazioni rilasciate da:
– dipendenti di appartenenza regolarmente assicurati nel periodo per il quale rendono testimonianza;
– datore di lavoro;
– familiari che siano titolari o collaboratori nell’impresa nel periodo oggetto di riscatto.
La dichiarazione testimoniale deve essere resa, con piena assunzione di responsabilità, anche di natura penale, dichiarando eventuali rapporti di coniugio, unione civile o convivenza, parentela, affinità, affiliazione, dipendenza con la parte interessata ovvero eventuali interessi nei fatti sui quali rende la propria dichiarazione. In ogni caso, la testimonianza non può essere utilizzata per provare la retrodatazione dell’inizio o la posticipazione della fine di un rapporto di lavoro, allorquando il documento che ne prova l’esistenza indica in modo non equivoco la data di inizio e fine.
Nel contesto dell’istruttoria di rendita vitalizia non è comunque possibile riconoscere l’esistenza o la durata di un rapporto di lavoro o della prestazione lavorativa che siano stati già oggetto di disconoscimento in sede ispettiva.
I criteri introdotti devono essere applicati a:
– domande ancora giacenti alla data del 29 maggio 2019 (data di pubblicazione della circolare n. 78/2019), oltre che, naturalmente, a quelle presentate in data successiva. Eventuali domande già respinte possono essere riesaminate su richiesta degli interessati presentata nei termini di legge;
– ricorsi amministrativi pendenti alla predetta data.

Piccoli coloni e compartecipanti familiari: aliquote contributive 2019



L’Inps comunica i contributi dovuti dai concedenti per i piccoli coloni e compartecipanti familiari per il 2019, nonché le aliquote da applicare per la riduzione degli oneri sociali e del costo del lavoro, i contributi dovuti all’INAIL e le modalità di pagamento.


Anche per il 2019 viene applicata la normativa stabilita dal decreto legislativo 16 aprile 1997, n. 146, che prevede l’aumento di 0,20 punti percentuali dell’aliquota dovuta al Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti per la generalità delle aziende agricole a carico dei concedenti. L’aliquota contributiva risulta perciò fissata nella misura complessiva del 28,99%, di cui il 20,15% a carico del concedente e l’8,84% del concessionario.
Circa la riduzione degli oneri sociali, continua a trovare applicazione l’articolo 120 della legge 23 dicembre 2000, n. 388. Ne consegue che per i concedenti, che versano l’aliquota dello 0,43% per gli assegni familiari, gli esoneri sono i seguenti:












Esoneri aliquote contributive

Assegni familiari 0,43%
Tutela maternità 0,03%
Disoccupazione 0,34%


Con riferimento alla riduzione del costo del lavoro, l’articolo 1, commi 361 e 362, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, prevede l’esonero di 1 punto percentuale complessivo da applicarsi sulle aliquote della gestione di cui all’articolo 24 della legge 9 marzo 1989, n. 88. Il predetto esonero, a valere prioritariamente sull’aliquota contributiva degli assegni per il nucleo familiare, è cumulabile con quello già previsto dall’articolo 120 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, e va applicato in caso di mancanza di capienza sulle altre aliquote contributive della citata gestione, prediligendo la maternità e la disoccupazione ed escludendo l’aliquota per il trattamento di fine rapporto, nonché quella di finanziamento dei fondi interprofessionali per la formazione continua. Per i concedenti, pertanto, l’esonero opera sull’aliquota della disoccupazione, come indicato nel seguente prospetto:








Aliquota disoccupazione 2,75%
Esonero ex art. 1, commi 361 e 362, L. 266/2005 1,00%


 


I contributi per l’assistenza infortuni sul lavoro, a decorrere dal 1° gennaio 2001, in base a quanto disposto dall’articolo 28, comma 3, del decreto legislativo 23 febbraio 2000, n. 38, sono fissati nelle seguenti misure:








Assistenza Infortuni sul Lavoro 10,125%
Addizionale Infortuni sul Lavoro 3,1185%


 


L’articolo 1, comma 785, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 ha interpretato l’articolo 01, comma 4, del decreto-legge 10 gennaio 2006, n. 2, convertito con modificazioni dalla legge 11 marzo 2006, n. 81, nel senso che, per i soggetti di cui all’articolo 8 della legge 12 marzo 1968, n. 334 e per gli iscritti alla gestione coltivatori diretti, coloni e mezzadri, continuano a trovare applicazione le disposizioni dell’articolo 28 del D.P.R. n. 488/68 e dall’articolo 7 della legge n. 233/1990. Pertanto la retribuzione da assumere per il calcolo dei contributi è il salario medio provinciale.
L’articolo 1, comma 45, della legge 13 dicembre 2010, n. 220 prevede che: “a decorrere dal 1° agosto 2010, continuano ad applicarsi le disposizioni di cui all’articolo 2, comma 49, della legge 3 dicembre 2009, n. 191, in materia di agevolazioni contributive nel settore agricolo”. Pertanto
, le agevolazioni per zona tariffaria per l’anno 2019 continuano ad essere quantificate nelle seguenti misure:















TERRITORI

MISURA AGEVOLAZIONE

DOVUTO

Non svantaggiati 100%
Montani 75% 25%
Svantaggiati 68% 32%


L’importo dovuto deve essere versato in quattro rate, tramite modello F24, presso qualsiasi Istituto di Credito o Ufficio Postale. Dal sito dell’Istituto il concedente del rapporto di piccola colonia/compartecipazione familiare, in possesso di PIN, potrà visualizzare la lettera contenente il dettaglio contributivo e stampare la delega di pagamento F24 accedendo ai servizi on-line per il cittadino, selezionando la voce “Modelli F24 – Rapporti di lavoro PC/CF”. I termini di scadenza per il pagamento sono il 16 luglio 2019, il 16 settembre 2019, il 18 novembre 2019 e il 16 gennaio 2020.