Immodificabilità delle ragioni comunicate come motivo del licenziamento


Il datore di lavoro non può addurre a giustificazione del recesso fatti diversi da quelli già indicati nella motivazione enunciata al momento dell’intimazione del recesso medesimo, ma solo dedurre mere circostanze confermative o integrative che non mutino l’oggettiva consistenza storica dei fatti.


Lo ha ribadito la Corte di Cassazione pronunciandosi sul caso di un lavoratore licenziato per giustificato motivo oggettivo a seguito della perdita del subappalto nonché del rifiuto opposto alla proposta di assunzione alle dipendenze della società subentrata nell’appalto medesimo e dell’impossibilità di ricollocazione nell’organico aziendale.
In particoalre, i giudici hanno ribadito che, la motivazione del licenziamento deve essere specifica e completa, tale da consentire al lavoratore di individuare con esattezza la causa del provvedimento ed esercitare pienamente il proprio diritto di difesa. Al riguardo, vale il principio della immodificabilità delle ragioni comunicate come motivo del licenziamento, per cui il datore non può addurre a giustificazione del recesso fatti diversi da quelli già indicati nella motivazione enunciata al momento della intimazione del recesso medesimo, ma soltanto dedurre mere circostanze confermative o integrative che non mutino la oggettiva consistenza storica dei fatti anzidetti.
Nel caso in esame, la Corte ha rilevato che nella comunicazione del recesso non si faceva alcun cenno alla crisi economica derivante dalla perdita dell’appalto e dalla riduzione dei costi, né all’adozione di iniziative di riorganizzazione del lavoro diverse dalla mera soppressione della posizione lavorativa; inoltre, la stessa Corte ha ritenuto che dette circostanze erano nuove e, quindi, del tutto autonome e non confermative o integrative del fatto precisato nella comunicazione.
Dunque, nella specie, la Corte, escludendo il nesso causale tra il motivo addotto e l’intimato recesso, ha rilevato che era pacifico che il lavoratore, al momento del licenziamento, prestasse la propria attività, quale unico dipendente con mansioni impiegatizie, non solo presso l’appalto ma anche in relazione ad altri cinque appalti ancora in essere. Pertanto, il venir meno del primo appalto non aveva di per sé comportato un automatico svuotamento o comunque una sensibile riduzione del contenuto dell’attività lavorativa tale da giustificare la soppressione della relativa posizione.