Nuovi codici tributo per l’F24


Istituiti i codici tributo per l’utilizzo in compensazione dei crediti d’imposta per il miglioramento della competitività delle imprese del Friuli Venezia Giulia e per il versamento dell’addizionale comunale all’IRPEF di spettanza dei comuni dichiarati in dissesto finanziario (Agenzia Entrate – risoluzioni 28 novembre 2019, n. 97 e 98).

Per l’utilizzo in compensazione, tramite modello F24, dei crediti d’imposta per il miglioramento della competitività delle imprese del Friuli Venezia Giulia e per le erogazioni liberali relative a progetti di promozione e organizzazione di attività culturali e di valorizzazione del patrimonio culturale della medesima regione, sono stati istituiti i seguenti codici tributo:
– “6910” denominato “Regione Friuli Venezia Giulia – credito d’imposta per il miglioramento della competitività delle imprese – articolo 2, commi da 34 a 40, legge regionale 28 dicembre 2018, n. 29”;
– “6911” denominato “Regione Friuli Venezia Giulia – credito d’imposta per le erogazioni liberali relative a progetti di promozione e organizzazione di attività culturali e di valorizzazione del patrimonio culturale – articolo 7, commi da 21 a 31, legge regionale 6 agosto 2019, n. 13”.


Invece, per consentire il versamento tramite modello F24 delle somme dovute a titolo di recupero dell’addizionale comunale all’IRPEF, a seguito degli avvisi di accertamento notificati ai contribuenti domiciliati nei comuni in cui è stato dichiarato il dissesto finanziario (art. 251, D.Lgs. n. 267/2000), è stato istituito il seguente codice tributo:
– “996R” denominato “Recupero dell’addizionale comunale all’Irpef di competenza dei comuni dichiarati in dissesto finanziario ai sensi dell’articolo 251 del D.Lgs. n. 267/2000”.


Società tra professionisti in regime forfetario

In tema di regime forfetario, la partecipazione in società nella misura del 25 per cento, alla pari con gli altri soci, professionisti titolari di partita IVA, non integra di per sé la causa ostativa del controllo societario. Laddove, dalla valutazione fattuale sia confermata l’assenza del requisito di controllo, la causa ostativa non ricorre, anche nell’ipotesi in cui i soci professionisti fatturino alla società prestazioni riconducibili alla medesima attività, salvo che sia accertato un comportamento antieconomico, con conseguente fuoriuscita dal regime forfetario (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 504 del 2019).

IL CASO


Società a responsabilità limitata composta da quattro professionisti, senza legami di parentela, ciascuno dei quali detiene il 25 per cento delle quote societarie, senza rivestire cariche sociali.
I soci professionisti, titolari di partita per la medesima attività economica svolta dalla società, intendono applicare il regime forfetario, fatturando il compenso per l’opera svolta direttamente alla società partecipata.
In tale ipotesi si configura la causa ostativa all’applicazione del regime forfetario, del controllo diretto o indiretto di società a responsabilità limitata?
Il comportamento integra la fattispecie di abuso del diritto da cui deriva un indebito vantaggio fiscale?

PARERE DEL FISCO


In base alla disciplina in materia di regime forfetario, lo stesso non può essere applicato dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni che controllano direttamente o indirettamente società a responsabilità limitata, le quali esercitano attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni.
Affinché operi tale causa ostativa è necessaria la compresenza:
1) del controllo diretto o indiretto di società a responsabilità limitata e
2) dell’esercizio da parte della stessa di attività economiche appartenenti di fatto alla medesima sezione ATECO di quella in cui sono classificabili le attività esercitate dalla persona fisica in regime forfetario.
La causa ostativa assume rilevanza l’anno di applicazione del regime e determina la fuoriuscita (decadenza) dallo stesso per l’anno successivo.
Secondo l’Agenzia delle Entrate il caso rappresentato non integra la causa ostativa suddetta, in quanto la distribuzione paritaria delle quote societarie e l’assenza di cariche sociali e di rapporti di parentela tra i soci, escludono la sussistenza di alcun controllo di diritto, né influenza dominante sulla società.
L’assenza della posizione di controllo o di influenza dominante, disinnesca la seconda condizione, che nella fattispecie sussiste, atteso che la società e i soci svolgono attività appartenenti alla medesima sezione ATECO, e i soci prospettano di ricevere compensi per la propria attività professionale dalla società partecipata la quale, a sua volta, dedurrà dalla propria base imponibile i correlativi componenti negativi di reddito.
Come evidenziato, però, affinché ricorra la causa ostativa devono verificarsi entrambe le condizioni.
In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha sottolineato che, qualora fosse accertato un controllo cd. “di fatto”, ovviamente la causa ostativa deve ritenersi sussistente, con conseguente revoca del regime forfetario.


Per quanto concerne il rapporto tra la società e i soci “prestatori”, l’Agenzia ha precisato che lo stesso è soggetto ad un ulteriore controllo riguardante:
– sia la congruità dei compensi fatturati alla società partecipata in presenza di comportamenti antieconomici;
– sia l’eventuale natura di mero soggetto interposto nella prestazione dei servizi della società qualora ne consegua un risparmio d’imposta in violazione di legge, il cui accertamento è suscettibile di determinare la fuoriuscita del contribuente dal regime forfetario nell’anno successivo.


Infine, con riferimento alla disciplina dell’abuso di diritto, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che laddove non sia verificata una delle seguenti ipotesi: sussistenza di causa ostativa, non congruità dei compensi fatturati connessa a comportamenti antieconomici, configurabilità di mero soggetto interposto della società nella prestazione dei servizi, il vantaggio fiscale deve ritenersi legittimamente conseguito per effetto dell’adesione al regime forfetario.

Riacquisto “prima casa”: benefici revocati senza possesso entro l’anno

Con la recente Ordinanza n. 30925 del 27 novembre 2019, la Corte di Cassazione ha affermato che i benefici fiscali concessi in occasione del riacquisto della “prima casa”, devono ritenersi revocabili se antro un anno dalla vendita della precedente prima casa, il nuovo immobile non è adibito ad abitazione principale, perché occupato da terzi, già locatari al momento dell’acquisto.

Confermando la decisione dei giudici di merito, la Corte di Cassazione ha dichiarato legittima la revoca dei benefici fiscali “prima casa”, nell’ipotesi di riacquisto dell’abitazione entro un anno dalla vendita della precedente prima casa senza però adibirla, entro lo stesso termine, a propria abitazione, perché occupata da terzi già locatari dell’immobile prima dell’acquisto.
In base alla normativa in materia i benefici fiscali per l’acquisto della prima casa sono riconosciuti a condizione:
– che l’immobile sia ubicato nel territorio del comune in cui l’acquirente ha o stabilisca entro 18 mesi dall’acquisto la propria residenza; ovvero
– in caso di cessione dell’immobile acquistato con detti benefici, che entro un anno dall’alienazione si proceda all’acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale (riacquisto prima casa).
In entrambe le ipotesi, il mancato rispetto dei termini (rispettivamente 18 messi e un anno) comporta la revoca dei benefici fiscali e l’applicazione delle sanzioni. Tuttavia, la perdita dei benefici è esclusa qualora il mancato rispetto dei termini sia dovuto ad un evento di forza maggiore, sopravvenuto, imprevedibile e non dipendente dalla volontà dell’acquirente.
Con riferimento alla fattispecie esaminata, riconducibile all’ipotesi di riacquisto della prima casa, i giudici della Suprema Corte hanno evidenziato in primo luogo che la norma dispone letteralmente nel senso che l’acquirente debba risiedere “anagraficamente” nella abitazione acquistata entro l’anno dalla vendita della precedente “prima casa”. La ratio della disposizione è riconducibile all’intenzione del legislatore di evitare che l’agevolazione vada a favorire non l’acquisto di un bene primario (costituzionalmente protetto), bensì intenzioni speculative.
D’altra parte la circostanza che l’immobile fosse locato a terzi non può ritenersi esimente della revoca, in quanto sopravvenuta, imprevedibile e non dipendente dalla volontà degli acquirenti, atteso che era già conosciuta al momento dell’acquisto.

La cessazione della partita IVA: i chiarimenti del Fisco


La cessazione dell’attività professionale, con conseguente cessazione della partita IVA, non può prescindere dalla conclusione di tutti gli adempimenti conseguenti alle operazioni attive e passive effettuate. Pertanto, il professionista che non svolge più l’attività professionale non può cessare la partita IVA in presenza di corrispettivi per prestazioni rese in tale ambito ancora da fatturare ai propri clienti. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta Consulenza giuridica – 29 novembre 2019, n. 20).

L’attività del professionista non si può considerare cessata fino all’esaurimento di tutte le operazioni, ulteriori rispetto all’interruzione delle prestazioni professionali, dirette alla definizione dei rapporti giuridici pendenti,ed, in particolare, di quelli aventi ad oggetto crediti strettamente connessi alla fase di svolgimento dell’attività professionale.
La cessazione dell’attività per il professionista non coincide, pertanto, con il momento in cui egli si astiene dal porre in essere le prestazioni professionali, bensì con quello, successivo, in cui chiude i rapporti professionali, fatturando tutte le prestazioni svolte e dismettendo i beni strumentali. Fino al momento in cui il professionista, che non intenda anticipare la fatturazione rispetto al momento di incasso del corrispettivo, non realizza la riscossione dei crediti, la cui esazione sia ritenuta ragionevolmente possibile (perché,ad esempio, non è decorso il termine di prescrizione) l’attività professionale non può ritenersi cessata.
Ad analoghe conclusioni sono pervenute le sezioni unite della Corte di cassazione. Nello specifico il Supremo collegio ha enunciato il seguente principio di diritto: “il compenso di prestazione professionale è imponibile ai fini IVA,anche se percepito successivamente alla cessazione dell’attività, nel cui ambito la prestazione è stata effettuata, ed alla relativa formalizzazione”; e questo perché ” il fatto generatore del tributo IVA e, dunque, l’insorgenza della correlativa imponibilità vanno identificati con la materiale esecuzione della prestazione. Con il conseguimento del compenso, coincide, non l’evento generatore del tributo, bensì, per esigenze di semplificazione funzionali alla riscossione, solo la sua condizione di esigibilità ed estremo limite temporale per l’adempimento dell’obbligo di fatturazione. Resta, peraltro, salva per il professionista la possibilità di anticipare la fatturazione delle prestazioni rese e, quindi, l’esigibilità dell’IVA rispetto al momento dell’effettivo incasso e poi chiudere la partita IVA. In tale evenienza, vanno computate nell’ultima dichiarazione annuale IVA, ove effettuate, anche le operazioni per le quali non si è verificata l’esigibilità dell’imposta.
Nella richiesta di consulenza giuridica, posta all’esame dell’amministrazione finanziaria, l’istante, in merito ad alcuni dipendenti assunti di recente per concorso con rapporto di lavoro di dipendente pubblico a tempo pieno, già titolari di partita IVA in ragione dello svolgimento, prima di entrare in servizio, di un’attività professionale, chiede se i neoassunti debbano ovvero possano mantenere o meno aperta la partita IVA per il tempo strettamente necessario alla riscossione dei crediti afferenti alla pregressa attività professionale e maturati prima dell’assunzione.
Nella sua risposta l’Amministrazione in sintesi precisa che nella disciplina dell’IVA, delle imposte sui redditi e dell’IRAP non si rinvengono disposizioni che vietino ai dipendenti pubblici di mantenere l’attribuzione della partita IVA in riferimento agli adempimenti fiscali relativi ad attività di lavoro autonomo precedentemente svolta.

Procedura di notifica della cartella di pagamento: valida la copia allegata alla Pec

Con la recente Ordinanza n. 30945 del 27 novembre 2019, la Corte di Cassazione ha affermato la piena legittimità della notifica di una cartella di pagamento eseguita dal concessionario della riscossione allegando una copia informatica (in formato PDF) dell’originaria cartella cartacea al messaggio di Posta Elettronica Certificata inviato all’indirizzo pec del contribuente.

Nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione, il concessionario della riscossione ha eseguito la notifica al contribuente, allegando al messaggio di posta elettronica certificata una copia per immagini (in formato PDF) della cartella di pagamento composta in origine in formato cartaceo.
Il contribuente ha eccepito l’illegittimità della notifica, contestando proprio la circostanza che la cartella di pagamento allegata fosse una copia per immagini, peraltro, priva dell’apposizione della firma digitale.
Al riguardo i giudici della Suprema Corte hanno osservato che, secondo la normativa applicabile, la notifica della cartella di pagamento può essere eseguita a mezzo posta elettronica certificata (PEC), all’indirizzo del destinatario risultante dall’indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata (INI-PEC), osservando le modalità stabilite dal “Regolamento per l’utilizzo della posta elettronica certificata”.
Detto “regolamento” definisce il messaggio di posta elettronica certificata come un documento informatico composto dal testo del messaggio, dai dati di certificazione e dagli eventuali documenti informatici allegati.
Il riferimento al documento informatico, contenuto nella definizione di messaggio pec, rinvia implicitamente alle definizioni di “documento informatico” contenute nel Codice dell’Amministrazione Digitale (o CAD). In particolare, si definisce:
– documento informatico, il “documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”;
– copia informatica di documento analogico, il documento informatico avente contenuto identico a quello del documento analogico da cui è tratto;
– copia per immagine su supporto informatico di documento analogico, il documento informatico avente contenuto e forma identici a quelli del documento analogico da cui è tratto;
– copia informatica di documento informatico, il documento informatico avente contenuto identico a quello del documento da cui è tratto su supporto informatico con diversa sequenza di valori binari;
– duplicato informatico, il documento informatico ottenuto mediante la memorizzazione, sullo stesso dispositivo o su dispositivi diversi, della medesima sequenza di valori binari del documento originario.
In considerazione di ciò, dunque, la notifica della cartella di pagamento può essere validamente eseguita, allegando al messaggio PEC un documento informatico, che sia duplicato informatico dell’atto originario (cd. “atto nativo digitale”), oppure una copia per immagini su supporto informatico di documento in originale cartaceo (cd. “copia informatica”).
Nessuna norma di legge, inoltre, impone che la copia su supporto informatico della cartella di pagamento in origine cartacea, notificata dall’agente della riscossione tramite PEC, debba poi essere sottoscritta con firma digitale.

Regime forfetario: le condizioni da rispettare in caso di costituzione di società


Per non decadere dal regime forfetario, il professionista che decide di costituire insieme ad altro socio una società tra professionisti, non deve esercitare un controllo diretto o indiretto della società e l’attività della stessa non deve essere riconducibile all’attività professionale svolta (Agenzia Entrate – risposta n. 501/2019).

Il regime forfetario prevede una serie di agevolazioni in favore dei contribuenti persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni in possesso di specifici requisiti, ma non trova più applicazione qualora detti soggetti controllano direttamente o indirettamente società a responsabilità limitata, le quali esercitano attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte.


Affinché operi tale causa ostativa è necessaria la compresenza:
– del controllo diretto o indiretto di società a responsabilità limitata;
– dell’esercizio da parte della stessa di attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni.


In assenza di una delle predette condizioni, la causa ostativa non opera e il contribuente può applicare o permanere nel regime forfetario.


Qualora poi l’attività di lavoro autonomo, dovesse essere un’attività effettivamente riconducibile, ai fini fiscali, ad un rapporto di lavoro da cui ritrarre reddito di lavoro dipendente o assimilato a quello di lavoro dipendente, circostanza su cui rimane fermo il potere di controllo dell’amministrazione finanziaria, i compensi percepiti, in ogni caso, non potranno beneficiare della tassazione riservata al predetto regime forfetario.

Mancato incasso dell’Iva addebitata in fattura

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che qualora la fattura sia stata emessa senza addebito dell’Iva, nell’erronea convinzione di poter applicare il regime forfetario, l’errore può essere corretto con l’emissione di note di variazione a storno e nuove e-fatture con l’addebito dell’Iva in rivalsa al cliente. In tal caso, se il cliente si rifiuta di pagare l’importo dell’Iva, il recupero della somma è possibile soltanto mediante un’azione civile nei confronti di quest’utlimo (Risposta a interpello n. 500 del 2019)

L’applicazione del regime forfetario consente di beneficiare di una serie di semplificazioni contabili, tra cui la possibilità di non esercitare la rivalsa ai fini Iva e di non essere soggetti alla ritenuta d’acconto.
Se sono state emesse fatture senza addebitare l’Iva e senza esporre la ritenuta d’acconto, nell’erronea convinzione di essere in possesso dei requisiti per beneficiare del regime forfetario, è possibile rimediare a tale errore adottando una delle seguenti modalità:
a) emettendo e trasmettendo al cliente note di variazione in aumento, ad integrazione delle fatture originarie, addebitando a titolo di rivalsa l’Iva da versare all’erario ed esponendo la ritenuta d’acconto;
b) emettendo e trasmettendo al cliente note di variazione in diminuzione a storno delle fatture originarie ed emettendo nuove fatture, in sostituzione delle precedenti, addebitando a titolo di rivalsa l’Iva da versare all’erario ed esponendo la ritenuta d’acconto.
Sia la prima che la seconda soluzione consente di rimediare all’errore (“violazione”) nel rispetto della normativa IVA; pertanto, un’eventuale rifiuto delle note di variazione o delle nuove fatture da parte del cliente non è giustificato.
Con specifico riferimento all’Iva addebitata a titolo di rivalsa, l’Agenzia delle Entrate precisa che il soggetto passivo ha l’obbligo di addebitare in rivalsa al cessionario/committente l’imposta relativa alla cessione o prestazione imponibile, così come ha l’obbligo di versarla a prescindere dall’effettiva riscossione del credito IVA.
L’esercizio della rivalsa trova concreta applicazione attraverso l’addebito dell’Iva nella fattura; tale procedura, infatti, consente all’acquirente del bene o al committente del servizio – se soggetto passivo d’imposta – di esercitare la detrazione dell’Iva corrisposta. Si realizza quindi la piena corrispondenza tra la somma dovuta all’erario dal fornitore e quella ammessa in detrazione in capo al soggetto acquirente. Dal compimento dell’operazione imponibile discendono, quindi, 3 rapporti che, pur essendo collegati, non interferiscono tra loro:
– tra l’Amministrazione finanziaria e il cedente/prestatore, relativamente al pagamento dell’imposta;
– tra il cedente/prestatore ed il cessionario/committente, in ordine alla rivalsa;
– tra l’Amministrazione finanziaria ed il cessionario/committente, per ciò che attiene alla detrazione dell’imposta assolta in via di rivalsa.
Ai fini del funzionamento di tale meccanismo, la riscossione dell’IVA da parte del cedente/prestatore è ininfluente, in quanto l’obbligo di riversare all’erario l’imposta indicata in fattura (in genere) sorge, comunque, al momento dell’emissione della fattura indipendentemente dal pagamento della stessa.
Secondo la disciplina IVA, infatti, il rapporto tributario pubblicistico, sia per quanto riguarda la debenza che per quanto concerne la misura dell’imposta, si instaura esclusivamente tra il cedente/prestatore – unico soggetto passivo dell’imposta – e l’Amministrazione finanziaria.
Diversamente, la rivalsa si effettua sulla base di un rapporto di natura non tributaria, ma privatistica, autonomo rispetto al rapporto tributario che lega il cedente/prestatore e l’Amministrazione finanziaria.
Ne consegue che, nel caso di errata applicazione dei benefici del regime forfetario e successiva emissione di fatture con addebito a titolo di rivalsa dell’IVA, la possibilità di recuperare l’imposta correttamente versata all’erario, e non corrisposta dal cliente che abbia provveduto a saldare il corrispettivo della cessione/prestazione, non trova soluzione nel sistema fiscale, ma unicamente attraverso un’azione civile.

Omesse ritenute per indebita fruizione del regime forfetario


Chi ritiene erroneamente di avere i requisiti per beneficiare del regime forfetario ed emette fatture, per la sua attività, senza addebitare l’Iva e senza esporre la ritenuta d’acconto dovrà rettificare gli errori commessi. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 26 novembre 2019, nn. 499 e 500).

Il regime forfetario è destinato agli operatori economici di ridotte dimensioni. Possono accedere al regime forfetario sia i contribuenti che iniziano una nuova attività di impresa, arte o professione e presumono di conseguire ricavi o compensi non superiori a 65.000 euro, sia coloro che già sono in attività e, nell’anno precedente all’applicazione del regime forfetario, hanno conseguito ricavi o compensi entro la soglia indicata. Chi applica il regime forfetario beneficia di una serie di semplificazioni contabili, tra le quali, per quel che qui rileva, la possibilità di non esercitare la rivalsa ai fini Iva e di non essere soggetti alla ritenuta d’acconto.
Nei due casi esaminati dall’Amministrazione finanziaria l’istante, nei primi mesi dell’anno 2019, ritenendo erroneamente di avere i requisiti per beneficiare del regime forfetario, ha quindi emesso quattro fatture, per la sua attività, senza addebitare l’Iva e senza esporre la ritenuta d’acconto.
Tale errore può essere rettificato adottando una delle seguenti modalità:
a) emettendo e trasmettendo al committente note di variazione in aumento, ad integrazione delle fatture originarie, addebitando a titolo di rivalsa l’Iva da versare all’erario ed esponendo la ritenuta d’acconto;
b) emettendo e trasmettendo al committente note di variazione in diminuzione a storno delle fatture originarie ed emettendo nuove fatture, in sostituzione delle precedenti, addebitando a titolo di rivalsa l’Iva da versare all’erario ed esponendo la ritenuta d’acconto.
Tanto premesso, l’istante, in base a quanto riferito sommariamente nell’istanza, sembra avere correttamente adottato la soluzione sub b) e, conseguentemente, il rifiuto della cliente non sembra trovare una giustificazione nella normativa tributaria.
Con specifico riferimento alla ritenuta d’acconto sussiste l’onere del versamento della ritenuta d’acconto a carico del sostituto d’imposta. In proposito, le sezioni unite della Corte di cassazione hanno chiarito che nel caso in cui il sostituto ometta di versare le somme, per le quali ha però operato le ritenute d’acconto, il sostituito non è tenuto in solido in sede di riscossione, atteso che la responsabilità solidale è espressamente condizionata alla circostanza che non siano state effettuate le ritenute.
Alla luce del principio recentemente espresso dalle sezioni unite, si deve ritenere che, in presenza di omesso versamento della ritenuta da parte del sostituto d’imposta, la responsabilità solidale del sostituito vada esclusa qualora sia documentato che quest’ultimo l’ha effettivamente subita.
Peraltro, anche in assenza della certificazione rilasciata dal sostituto, il sostituito può scomputare dall’imposta sul reddito delle persone fisiche le ritenute subite sui redditi di lavoro autonomo o d’impresa, a condizione che “sia in grado di documentare l’effettivo assoggettamento a ritenuta”.
Tale posizione interpretativa è stata avallata anche dalla giurisprudenza di legittimità, la quale ha enunciato il seguente principio di diritto: “In tema di imposte sui redditi, ai fini dello scomputo della ritenuta d’acconto, l’omessa esibizione del certificato del sostituto d’imposta attestante la ritenuta operata non preclude al contribuente sostituito di provare la ritenuta stessa con mezzi equipollenti, onde evitare un duplice prelievo”.
Nel caso in esame, tuttavia, in base a quanto riferisce l’istante, la cliente non ha operato la ritenuta, posto che ha rifiutato le note di variazione in diminuzione emesse a storno delle fatture originarie, nonché le nuove fatture su cui è stata esposta la ritenuta d’acconto. Conseguentemente, non avendo subito le ritenute a titolo di acconto, l’istante non può vantare alcun credito ai fini dell’imposta sul reddito.
Con specifico riferimento all’Iva addebitata a titolo di rivalsa, il soggetto passivo che effettua una cessione di beni o una prestazione di servizi imponibile e versa l’imposta all’erario, ha l’obbligo di addebitare la relativa imposta a titolo di rivalsa al proprio cessionario/committente. L’esercizio della rivalsa trova concreta applicazione attraverso l’addebito dell’Iva nella fattura. L’addebito dell’imposta in fattura, a titolo di rivalsa, consente all’acquirente del bene o al committente del servizio – se soggetto passivo d’imposta – di esercitare la detrazione dell’Iva corrisposta. Si realizza quindi la piena corrispondenza tra la somma dovuta all’erario dal fornitore e quella ammessa in detrazione in capo al soggetto acquirente.
Dal compimento dell’operazione imponibile discendono, quindi, tre rapporti che, pur essendo collegati, non interferiscono tra loro, ovvero:
1. tra l’Amministrazione finanziaria e il cedente/prestatore, relativamente al pagamento dell’imposta;
2. tra il cedente/prestatore ed il cessionario/committente, in ordine alla rivalsa;
3. tra l’Amministrazione finanziaria ed il cessionario/committente, per ciò che attiene alla detrazione dell’imposta assolta in via di rivalsa.
Tuttavia, l’effettiva riscossione del credito Iva da parte del cedente/prestatore è ininfluente ai fini del funzionamento del meccanismo dell’imposta. L’obbligo di riversare all’erario l’Iva indicata in fattura sorge, comunque, al momento dell’emissione della fattura indipendentemente dal saldo della medesima, che potrebbe essere effettuato in un momento successivo o addirittura non avvenire affatto.
Ciò in quanto, in materia di Iva il rapporto tributario pubblicistico, sia per quanto riguarda la debenza che per quanto concerne la misura dell’imposta, si instaura esclusivamente tra il cedente/prestatore – unico soggetto passivo dell’imposta – e l’Amministrazione finanziaria.
Diversamente, come affermato dalla Corte di cassazione la rivalsa si effettua sulla base di un rapporto di natura non tributaria, ma privatistica, autonomo rispetto al rapporto tributario che lega il cedente/prestatore e l’Amministrazione finanziaria.
Conseguentemente, la possibilità di recuperare l’Iva, correttamente versata all’erario dall’istante in seguito ad emissione delle nuove fatture ed addebitata a titolo di rivalsa, ma non versata dal committente, non trova soluzione nel sistema fiscale, salvo che non si proceda con una procedura esecutiva individuale rimasta infruttuosa.

Pace fiscale: per la scadenza del 02/12/2019 aperture straordinarie degli sportelli


In vista della scadenza di lunedi 02 dicembre 2019, che interessa i soggetti che hanno aderito alla Rottamazione-ter e al Saldo e stralcio delle cartelle, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha disposto l’apertura straordinaria di alcuni sportelli al fine di rendere più agevole il pagamento (Agenzia Entrate-Riscossione – comunicato 27 novembre 2019).

Le aperture straordinarie sono state previste per i seguenti sportelli:
– Ascolti Piceno (AP), in Via Luigi Mercantini, 25, abitualmente aperto lunedì e mercoledì, dalle 9 alle 13, sarà aperto al pubblico anche giovedì 28 e venerdì 29 novembre;
– Portoferraio (LI), in Via Carducci 148/A, abitualmente aperto martedì, mercoledì e venerdì, dalle 8:15 alle 13:15, sarà aperto al pubblico anche lunedì 2 dicembre;
– Fermo (FM), in Via Salvo d’Acquisto 81, abitualmente aperto martedì e giovedì, dalle 8:45 alle 13:00, sarà aperto al pubblico anche mercoledì 27, venerdì 29 novembre e lunedì 2 dicembre;
– Urbino (PU), in Via Ca’ Biancone – Località Trasanni, abitualmente aperto il venerdì, dalle 8.30 alle 12.30, sarà aperto al pubblico anche lunedì 2 dicembre.

Accesso al regime speciale per lavoratori impatriati


Non è precluso al lavoratore in posizione di distacco l’accesso al beneficio se in presenza di tutti gli elementi richiesti dalla normativa (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 25 novembre 2019, n. 492, 495, 497).

L’articolo 16 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147 ha introdotto Il “regime speciale per lavoratori impatriati” oggetto di modifiche normative, operate dall’articolo 5 del decreto-legge 30 aprile 2019, n. 34, in vigore dal 1° maggio 2019, che trovano applicazione, a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto e, pertanto, sono rivolte ai soggetti che acquisiscono la residenza fiscale in Italia a partire dal periodo d’imposta 2020.
L’agevolazione in esame è fruibile dal contribuente per un quinquennio a decorrere dal periodo di imposta in cui il lavoratore trasferisce la residenza fiscale in Italia, e per i quattro periodi di imposta successivi.
Nell’ipotesi di trasferimento della residenza fiscale in Italia nel periodo d’imposta 2019 (ovvero entro il 2 luglio 2019), occorre far riferimento all’articolo 16 del d.lgs. n. 147 del 2015, nella formulazione vigente fino al 30 aprile 2019, secondo cui al verificarsi delle condizioni richieste, i redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia concorrono alla formazione del reddito complessivo nella misura del 50 per cento.
Trattasi di un’agevolazione temporanea, applicabile per un quinquennio a decorrere dal periodo di imposta in cui il lavoratore trasferisce la residenza fiscale in Italia, e per i quattro periodi di imposta successivi. Ne consegue che l’applicazione dell’agevolazione deve essere uniforme per l’intero arco temporale dei cinque anni previsti dalla normativa.


Per accedere al regime speciale per i lavoratori impatriati, la norma in esame presuppone, inoltre, che il soggetto non sia stato residente in Italia per un periodo minimo precedente all’impatrio e che trasferiscano la residenza fiscale in Italia e si impegnino a permanervi per almeno due anni a pena di decadenza dall’agevolazione.
Si ricorda altresì che sono residenti in Italia le persone fisiche che, per almeno 183 giorni (o 184 giorni in caso di anno bisestile), sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile.
Le condizioni appena indicate sono fra loro alternative, pertanto, la sussistenza anche di una sola di esse è sufficiente a fare ritenere che un soggetto sia qualificato, ai fini fiscali, residente in Italia.
A differenza di quanto previsto per il regime di favore per i c.d. “controesodati”, che escludeva espressamente dal beneficio ogni forma di distacco, l’articolo 16 del d.lgs. n. 147 del 2015 non disciplina esplicitamente la posizione del soggetto distaccato all’estero che rientri in Italia.
Al riguardo, la circolare n. 17/E del 23 maggio 2017 ha precisato i requisiti e le modalità di accesso al regime di favore in esame, chiarendo, altresì, che i soggetti che rientrano in Italia dopo essere stati in distacco all’estero non possono fruire del beneficio di cui al citato art. 16 in considerazione della situazione di continuità con la precedente posizione lavorativa in Italia.
Con successiva risoluzione 5 ottobre 2018, n. 76/E è stato chiarito che tale posizione restrittiva, finalizzata ad evitare un uso strumentale dell’agevolazione in esame, non in linea con la vis attrattiva della norma, non preclude, tuttavia, la possibilità di valutare specifiche ipotesi in cui il rientro in Italia non sia conseguenza della naturale scadenza del distacco ma sia determinato da altri elementi funzionali alla ratio della norma agevolativa. Ciò si può verificare, ad esempio, nella ipotesi in cui:
– il contratto di distacco sia più volte prorogato e la sua durata nel tempo determini quindi un affievolimento dei legami con il territorio italiano e un effettivo radicamento del dipendente nel territorio estero;
– il rientro in Italia del dipendente non si ponga in continuità con la precedente posizione lavorativa in Italia; il dipendente, pertanto, al rientro assume un ruolo aziendale differente rispetto a quello originario in ragione della maggiori competenze ed esperienze professionali maturate all’estero.
In tali ipotesi, in presenza di tutti gli elementi richiesti dall’articolo 16 del d.lgs. n. 147 del 2015, le peculiari condizioni di rientro dall’estero del dipendente – sopra riportate a titolo esemplificativo – rispondendo alla ratio della norma, non precludono al lavoratore in posizione di distacco l’accesso al beneficio previsto dal citato articolo 16.